Walking in the air
capitolo successivo »
Capitolo 1
Un'amicizia
Ad Eliwood faceva male alla schiena come non mai.
Nemmeno le più estenuanti ore di addestramento con Marcus lo avevano fatto sentire così indolenzito come quella cavalcata durata due giorni, il tempo che lui e suo padre avevano impiegato per andare da Pherae ad Ositia.
Anche se all’inizio, in un impeto di testardaggine, aveva cercato di convincere suo padre che cavalcare da solo - aveva otto anni ma sapeva già farlo, grazie alle attente lezioni dei cavalieri della guardia del castello – alla fine si era lasciato convincere ed era montato in sella con lui.
- Il viaggio è lungo, ed è troppo per un bambino rimanere in sella per tutto questo tempo, - aveva detto lord Elbert, prima di scompigliargli i capelli con un gesto affettuoso, come a scusarsi.
Effettivamente aveva ragione, Eliwood lo riconobbe dopo appena la prima giornata di cavalcata. Se non ci fosse stato suo padre e tenerlo dritto, sarebbe sicuramente caduto.
La prima sera, mentre Marcus – unico cavaliere che lord Elbert aveva voluto portarsi dietro per il viaggio – preparava la cena e suo padre leggeva una missiva in assoluto silenzio, Eliwood si era rannicchiato fra le radici di una quercia lì vicina ed aveva estratto Kagoo dal suo fagotto.
Era stata sua madre, lady Eleanora, a cucirgli quel pupazzo: malgrado la moglie del marchese e la signora del castello avesse compiti più importanti che tessere – a quello solitamente ci pensavano le serve – giocattoli di stoffa per il suo unico figlio, lei aveva lavorato di notte, bene attenta a non svegliare il marito, con la sola compagnia di una candela.
Il giorno prima della sua partenza, Eliwood era stato chiamato dalla madre nell’ala est del palazzo, dove si trovavano gli appartamenti dei signori del castello. Quando avrebbe compiuto quindici anni, lui avrebbe abbandonato gli appartamenti dell’ala ovest e si sarebbe trasferito lì, era una vecchia tradizione familiare.
Lady Eleanora gli aveva mostrato il frutto di quel duro lavoro con un sorriso appena accennato, ed Eliwood si era subito innamorato di quel piccolo cavallino di stoffa colorata che lo guardava attraverso il nero di due bottoni.
- Visto che sei troppo piccolo per un destriero vero, ho pensato che questo poteva essere un valido sostituto, - gli aveva detto, porgendoglielo.
Mentre abbracciava la madre, Eliwood era scoppiato a piangere.
- Mamma, quando ti rivedo? Quando torno a casa da te e papà?
- Quando avrai ricevuto l’istruzione degna di un nobile, - aveva risposto lei, cercando di non mostrare al figlio gli occhi lucidi, - Studiare nella città di Ositia è una delle grandi fortune che ti concede il rango di aristocratico. Un giorno sarai tu il marchese, e dovrai sapere cosa fare.
- E tutto questo lo imparerò ad Ositia? – aveva chiesto il bambino, tenendo stretto a sé il cavallino con una mano e stringendosi alla madre con l’altra, - Diventerò come papà?
- Sono sicura di sì. Incontrerai tanti giovani nobili come te, e studierete assieme per prendere il vostro posto nella vita.
- Ma, mamma…
- Su, tuo padre ti sta aspettando, - aveva concluso lady Eleanora, baciandogli la fronte, - Quando stringi questo pupazzo, pensami. Io farò lo stesso. Sembrerà che staremo vicini, non ti pare?
Eliwood aveva sorriso.
- Grazie, mamma. Ti voglio bene…
Aveva mandato un bacio all’aria e se n’era corso via, da suo padre che lo aspettava nelle scuderie.
E quando, in quella sera appena scesa, Eliwood aveva stretto a sé il piccolo Kagoo, come aveva deciso di chiamare il cavallino, aveva sentito distintamente la carezza di sua madre che gli sfiorava la guancia. Sì, lei lo stava pensando, ne era sicuro.
Poi, nascondendo nuovamente Kagoo nella sacca da viaggio, era andato ad aiutare Marcus a raccogliere la legna.
Ad Ositia li avevano fatti entrare subito, senza nemmeno chiedere chi fossero.
Mentre il pesante ponte levatoio della città si apriva e le catene che lo sostenevano scendevano cigolando sinistramente, Eliwood si era chiesto come facesse la gente della città a vivere lì dentro.
A Pherae avevano dei cancelli piuttosto pesanti, ma almeno non sembrava che le persone fossero chiuse in una prigione.
Gli venne improvvisamente la nausea, a guardare quelle mura così alte, costruite da pietra nera, pensando che sarebbe rimasto bloccato lì dentro per anni.
Suo padre si era accorto della sua titubanza, e gli aveva stretto piano la spalla.
- Lo so, a prima vista sembra lugubre, ma è proprio questo aspetto a rendere Ositia così famosa. Si dice che sia la città più ben difesa di tutta Lycia, e che sia quasi impossibile espugnare le sue mura. Dentro Ositia è una città verde, e piena di vita…
Lord Elbert aveva continuato a parlare per tutta la durata del tragitto, mentre il cavallo suo e di Marcus arrancavano in salita sulla strada ciottolata che portava al castello.
Di fianco a loro, si apriva la visuale della cittadella: si sentivano le chiacchiere della gente del mercato, le risate dei bambini che si rincorrevano giocando e le discussioni degli adulti sui prezzi delle merci importate da altre città. Il profumo di pane che saliva da una bottega era così invitante che Eliwood aveva sentito formarsi l’acquolina in bocca.
E poi, suo padre aveva ragione quando gli aveva parlato di verde: file ordinate di piante come querce, cipressi, persino un tipo di albero che non aveva mai visto, fiancheggiavano la loro salita e punteggiavano il fianco orientale della città, situato in collina.
Nel vederlo, si era sentito più tranquillo.
Suo padre gli aveva parlato molto di lord Ather, e molto bene.
Malgrado fosse giovane, molto giovane, si era dimostrato capace di sostenere egregiamente la reggenza di una città potente come Ositia, malgrado tutta la forte – e, secondo lord Elbert, ingiustificata, viste le indubbie doti politiche e morali di lord Ather, - opposizione della nobiltà ositiana.
A vederlo, lord Ather sembrava molto più grande di lui; doveva avere quasi diciott’anni, ma ne dimostrava almeno dieci di più.
Aveva gli occhi gentili, molto dolci, che gli fecero pensare a quelli di sua madre, e la voce altrettanto calma e pacata. Li accolse con un sorriso ed un tono di familiarità che stupì Eliwood: forse suo padre era diventato suo amico?
- Lord Ather? – chiese, dopo che gli sembrò che la conversazione tra il giovane marchese e suo padre fosse giunta ad un punto che gli permetteva di intervenire, - Quanto starò qui ad Ositia?
Suo padre aveva sorriso appena, mentre lord Ather si era inginocchiato per poter parlare al suo livello.
- Lord Eliwood, - aveva cominciato, parlando lentamente per essere sicuro che lui lo capisse, - Solitamente il tempo per gli studi qui ad Ositia cambia da nobile e nobile. Voi, che siete l’erede della casata di Pherae, dovrete rimanere un po’ di più degli altri.
Fece una pausa. Eliwood sentì che stava per scoppiare a piangere.
- Credo che potrete tornare a casa fra, diciamo… Avete otto anni, vero?
- Sì, - rispose il bambino, anche se quella sillaba sembrò più un gemito che altro.
- Quando avrete circa dodici anni.
Eliwood sentì un improvviso capogiro. Quanto, quanto tempo che gli restava da passare prima di poter rivedere la sua famiglia!
- Grazie, lord Ather, - disse con voce spenta, tenendo la testa china. Sentì che il marchese si stava alzando e mormorava qualcosa che non riuscì a capire. Un attimo dopo sentì più vicina la voce di suo padre.
- Eliwood, io e lord Ather dobbiamo ritirarci un attimo, dobbiamo parlare di una faccenda importante, dopo verrò a salutarti. Te la senti di rimanere da solo per un po’? Marcus è andato a sistemare i cavalli…
- Sì.
Avrebbe detto sì a tutto, a pezzi come si sentiva. Sentì i passi che si allontanavano sulla pietra e rimase da solo.
Depresso, solo coi suoi pensieri, Eliwood si mise a vagabondare per il cortile del castello, poco lontano dal porticato dove li aveva ricevuti lord Ather. Voleva piangere, mettersi in un angolo e non aprire più bocca per i prossimi quattro anni.
Uno strano rumore lo distolse dai suoi pensieri.
Era qualcosa che sbatteva contro il muro: non qualcosa di duro, come un sasso, ma di più morbido.
Non riuscì ad identificarlo.
Il rumore si ripetè, prima una, poi due volte, sempre più veloce. Alla fine si fermò, e per qualche secondo il bambino non lo sentì più. Poi ricominciò.
Incuriosito, Eliwood tentò di localizzare la fonte di quel rumore.
Una muraglia di cespugli lo divideva dall’ala del palazzo da cui proveniva quel suono, però, guardandola bene, c’era un buco tra gli intricati intrecci di rami e foglie. Abbastanza grande da permettere ad Eliwood di passarci attraverso.
Dopo essersi guardato intorno, il bambino si accovacciò prima sulle punte dei piedi, poi sulle ginocchia ed infine si mise a strisciare, a mo’ di serpente, attraverso la siepe. Alcuni rami lo graffiarono sulle mani e sulle guance, e qualche ragnatela isolata andava ad appiccicarsi ai vestiti, ma Eliwood tenne duro: il rumore si faceva più forte.
Alla fine sbucò su un cortile fiancheggiato da un corridoio protetto da colonne, ed in quel cortile c’era un altro bambino che giocava a palla, tirandola con tutta la forza che poteva contro il muro. Allora era quello lo strano rumore che aveva sentito.
Eliwood lo osservò stupefatto mentre si raddrizzava e tentava di pulirsi gli abiti sporchi di terriccio e filamenti bianchi passandosi sopra i palmi della mani.
L’altro era più alto di lui di parecchi centimetri, doveva a malapena arrivargli al mento, se non alle spalle; aveva i capelli blu, ed una frangia gli cadeva ribelle sulla fronte malgrado fossero tenuti molto corti; era più robusto, e sicuramente più grande di lui. Aveva addosso non degli abiti da nobile, bensì una tuta da allenamento blu scuro.
Eliwood sospirò rumorosamente. Non era un nobile, quindi non avrebbe potuto studiare con lui. Che peccato, sembrava pure simpatico.
Un tiro più forte degli altri fece sbattere la palla contro un albero lì vicino e finì ai piedi di Eliwood, che la raccolse.
L’altro bambino si girò ed i due si guardarono in faccia per qualche secondo. Lo sconosciuto aveva degli occhi blu come i suoi capelli.
- Ciao.
- Ciao. Mi ridai la palla?
Eliwood gliela porse subito, ma l’altro, dopo averla presa, cominciò a rigirarsela tra le mani, come se non sapesse che farci.
- Senti, vuoi giocare con me? Da soli è una noia mortale.
- Vorrei, però… Non so giocare, - ammise Eliwood, imbarazzato.
- E’ facile. Io mi metto lì, vicino al muro, e tu mi tiri la palla coi piedi. Io la devo parare, e se ci riesco devo tirare io. Se non ci riesco, hai fatto un punto e puoi tirare ancora. Va bene?
- Va bene. Come ti chiami?
- Hector. Tu invece chi sei?
- Eliwood.
Giocarono a palla per tutto il pomeriggio, finchè non furono talmente stanchi da non reggersi in piedi. Eliwood fu il primo a parlare.
- Hector, tu dove vivi?
- Qui, - fece l’altro, indicando con un gesto vago della mano il castello, - Questo castello è casa mia.
- Davvero?
- Lord Ather è mio fratello, - ammise Hector, quasi a malincuore.
- Che bello! – gioì Eliwood, - Vuol dire che ci possiamo rivedere!
- Scusa, ma tu da dove vieni?
- Da Pheare. Mio padre il marchese mi ha portato qui a studiare.
- Allora sei un mio compagno.
- Sì!
- Sono felice. So che tutti gli altri nobili che verranno sono noiosi ed arroganti, non mi piacciono per niente. Tu sei simpatico.
- Anche tu! Ma come mai sei vestito così, se sei un nobile?
- Così? – Hector si guardò i vestiti, cercando di capire che ci fosse di male in loro.
- Ah, io sto sempre vestito così. Quando posso vado nell’arena, a combattere con i soldati, e gli abiti da nobile non sono adatti.
- Davvero combatti?
- Già, - rispose orgoglioso l’altro, alzando fieramente la testa, - Anche se faccio solo a pugni e non mi hanno ancora permesso di usare un’arma vera… Le asce mi piacciono un sacco, sai? A te quali piacciono?
- Non lo so… Io vorrei imparare ad usare la spada… Ma con chi fai a pugni?
- Con gli altri ragazzi, quelli che dicono che mio fratello è uno stupido e che non durerà più di un anno al trono. Sono solo degli idioti schifosi che non capiscono niente.
- Senti Hector, - disse Eliwood, dopo che fu passato un minuto in silenzio, - Ti va di essere mio amico?
- Certo. Però dobbiamo scambiarci qualcosa che ci ricordi che lo siamo, un pegno, altrimenti l'amicizia può spezzarsi.
Hector cominciò a frugarsi in tasca ed alla fine ne estrasse un piccolo ciondolo in bronzo, con sopra immagini di cavalieri al galoppo.
- E’ uno dei regali che mi hanno fatto quando sono nato, e lo porto sempre con me. Eccolo, è tuo.
Eliwood trattenne il fiato quando sentì l’acciaio scaldarsi nella sua mano, dopo lo scambio, e pensò che lui non aveva niente da dare in cambio. Alla fine, pensando e ripensando, gli venne l’idea.
Estrasse dal colletto della maglia una sottile catena d’argento, con sopra l’effige di un lupo a zanne scoperte, e se la levò dal collo.
- E’ un portafortuna contro gli spiriti maligni. Dicono sia molto potente, e mi ha portato fortuna. Ho incontrato te, - disse, tendendogliela. Non disse che gliel'aveva data suo padre, e che era uno dei simboli più noti della casata di Pherae. Hector la fissò estasiato mentre il regalo gli era messo in mano.
- Allora siamo amici?
- Fino alla fine.
La sera stessa, dopo aver salutato il padre con le lacrime agli occhi, Eliwood fu condotto, assieme ai suoi bagagli, nel salone adibito a dormitorio per tutto il periodo della sua permanenza. Hector, malgrado avesse la sua camera, tormentò abbastanza il fratello da permettergli di dormire assieme al nuovo amico. Ovviamente, lungo i letti disposti in file ordinate lungo la stanza, scelsero due letti vicini, situati proprio nel fondo della sala.
- Sono così tremendi gli altri nobili? – chiese Eliwood, una volta preparatosi per il sonno ed messosi sotto le proprie lenzuola. Hector riemerse in quel momento dalle coperte che si era tirato sopra la testa, per combinare chissà cosa.
- Che? – chiese, con tutti i capelli arruffati che sembravano voler fuggire da ogni parte. L’altro si mise a ridere come un pazzo.
- Che c’è?
- I… i tuoi capelli… sono… pff…
Le risate si moltiplicarono quando Hector tentò di lisciarsi i ciuffi disordinati con la mano, finendo per peggiorare ancora di più la situazione. Alla fine scoppiò a ridere anche lui e per cinque minuti le loro risate riecheggiarono per i corridoi vuoti del castello.
- Prima ti avevo chiesto se sono così tremendi gli altri nobili, - disse Eliwood, quando riuscirono a calmarsi. Hector annuì e si sedette a gambe incrociate sul letto dell’altro.
- Già, sono proprio noiosi e tutti con la puzza sotto il naso. Pensano che io sia un pazzo perché mi piace andare in giro senza dire a tutti che sono il fratello del marchese e che mio fratello lo sia altrettanto.
- Tuo fratello e te? Due pazzi? – chiese esterrefatto Eliwood. Una persona equilibrata come lord Ather e un ragazzo simpatico come Hector per gli altri erano due folli?
- Sì. Gli altri nobili ce l’hanno con mio fratello perché credevano si sarebbe fatto comandare a bacchetta da loro, gli idioti, quando è salito al trono. Ma Ather è uno tosto, e non si lascia mettere i piedi in testa da nessuno, eh! E poi sta cercando di riportare ad Ositia l’antico rigore per la tradizione e la sobrietà dei costumi, anche se non so bene che cosa vuol dire. Però so che gli aristocratici vivono troppo nel lusso e non vogliono tornare alle antiche abitudini.
- Gli vuoi molto bene, vero?
Ci fu qualche attimo di silenzio, durante il quale Hector si guardò vergognosamente i piedi.
- Beh, anche se mio fratello è un rompiscatole cronico ed a volte non lo sopporto proprio, soprattutto quando mi chiude in camera mia per non farmi combattere nell’arena… Oppure quando mi urla dietro per tutto il castello quando riesco a fuggire nella cittadella… O quando mi dice che dovrei cambiare questo caratteraccio che mi rovinerà la vita… Beh, sì, insomma, un po’ di bene glielo voglio. Ma guai se glielo dici!
Lo disse con un tono talmente minaccioso che ad Eliwood sparì subito qualsiasi intenzione di riferire i commenti appena ascoltati a lord Ather.
- Ed i tuoi genitori?
Subito si pentì di averlo detto; anche se l’espressione di Hector non era cambiata, un’ombra pareva avergli oscurato il blu degli occhi.
- Morti di malattia. Un anno fa.
- Mi… Mi dispiace tanto, Hector… - balbettò Eliwood mortificato, - Non… Sono stato stupido, scusa…
- Ma figurati! E poi mi è passata, adesso sto bene, - disse l’altro con leggerezza, prima di sdraiarsi sul ventre ed appoggiare il mento sulle nocche.
- Ma raccontami un po’ di te, Eliwood…
Lui obbedì. Gli raccontò tutto, della sua infanzia al castello di Pheare, degli allenamenti con Marcus, dei suoi genitori - anche se quest’ultima cosa con molta indecisione, temendo di ferire il suo nuovo amico, - ed anche di Kagoo.
- Che carino, - disse Hector quando lo estrasse dal suo bagaglio per mostrarglielo.
- Mia madre dice che ogni volta che lo stringo lei penserà a me. Secondo te è vera questa cosa?
- Mio padre mi ha detto una cosa simile, una volta, - rispose l’altro bambino, riflettendo, - Stavamo passeggiando in giardino, di notte, quando è passato sopra di noi un falco. Ci è passato davvero vicinissimo, lo sai? Un altro poco e, fiuu, ci artigliava. Allora mio padre mi ha detto che, se mai sarebbe morto, avrebbe cercato di rinascere in forma di falco. Ogni volta che avrei visto un falco volare sopra di me, di notte, voleva dire che lui sarebbe stato assieme a me. Dopo pochi giorni si è ammalato, e… Il resto lo sai.
- Oh. E lo hai mai visto, un falco di notte?
- Io… Io esco ogni sera, per vederlo. Ma non lo vedo mai…
Furono le sue ultime parole. Dopo avergli augurato la buonanotte, si girò su un fianco e si seppellì di nuovo nelle coperte. Se Eliwood avesse sentito dei singhiozzi, magari avrebbe anche potuto consolarlo.
Ma non ne sentì. Solo qualche giorno più tardi seppe che Hector non aveva mai pianto in vita sua, e che probabilmente non avrebbe mai versato una lacrima.
Era fatto così. Piangere? Ah, debolezza da femminucce.
Si addormentò pensando al suo nuovo amico ed ai suoi genitori, mentre stringeva a sé il suo pupazzetto fino a schiacciarselo sulla faccia ed il suo cuore si arroventava come piombo.
Una settimana dopo cominciarono ad arrivare gli altri giovani nobili provenienti dalle casate aristocratiche più importanti di Lycia. Eliwood fece amicizia con loro piuttosto facilmente, mentre Hector si teneva sempre sulla difensiva e non si permetteva simili cedimenti. La verità era che il suo migliore amico era sempre chiuso dentro un’armatura difficilissima da penetrare e scalfire. Doveva aver sofferto parecchio per la morte dei suoi genitori, e per evitare simili dolori si era rinchiuso in se stesso, e presentava al resto del mondo una maschera di granito ed acciaio.
Eliwood lo capì quando, il giorno dopo l’arrivo degli altri ragazzi, Hector lo prese per un braccio e lo portò in una delle zone del castello in cui ai bambini non era concesso entrare, l’ala ovest.
- Perché siamo qui? – chiese il bambino, guardandosi intorno spaurito, non riconoscendo nulla di familiare in quel corridoio buio ed angusto in cui si erano infiltrati come ladri, - Hector, se ci trovano…
- Se continui a fare chiasso ci trovano di sicuro, scemo. Vieni, che ti mostro il mio segreto, - rispose l’altro, facendogli segno di seguirlo attraverso lo spiragli della porta che aveva appena aperto.
La stanza era illuminata da solo un paio di torce, la cui luce si rifletteva sui riflessi metallici ed argentati delle armi disposte ordinatamente lungo i muri e sopra le rozze tavolate di legno.
Eliwood non aveva visto così tanti strumenti di morte in una volta sola.
- Questa è…
- L’armeria, sì. I soldati del castello ci entrano solo di tanto in tanto, ma per loro è più importante farci la guardia. Dai, vieni.
Hector gli fece cenno di seguirlo e si misero a strisciare nella semioscurità, stando bene attenti a non toccare nulla, diretti verso una rientranza incassata fra due tavoli, talmente ben nascosta che ad una prima occhiata non sarebbe stato in grado di vederla.
Il migliore amico lo precedeva, tenendolo per la stoffa della manica e procedendo lentamente a tentoni nel buio, malgrado dovesse sapere la strada a menadito. Dopo quella che ad Eliwood parve un’eternità, finalmente sbucarono in una nuova stanza, ben più illuminata della prima vista la presenza di una finestra, in fondo alla sala.
E sotto la finestra, saldamente appoggiata ad un supporto di quello che doveva essere legno di mogano, c’era l’ascia più bella e più grande che il bambino avesse mai visto.
Il manico dell’arma era dipinto di un verde estremamente brillante, rimasto intatto malgrado il corso del tempo, e la lama riluceva di bagliori minacciosi alla luce del pomeriggio inoltrato che la facevano sembrare fatta di fiamma pura. Avvicinandosi, Eliwood notò anche un’elaborata decorazione nel punto in cui l’acciaio si congiungeva al legno, scolpita direttamente in un metallo più scuro – bronzo, forse? – che rappresentava dei lupi a fauci scoperte, ripresi nell’atto di azzannare una preda. Le figure erano talmente realistiche che il bambino si portò istintivamente più vicino al compagno e gli strinse la mano, come se quelle bestie affamate fossero in procinto di attaccarli entrambi.
Hector sembrava rapito dalla contemplazione dell’ascia, ed aveva gli occhi che brillavano. Eliwood gli tirò una manica per attirare la sua attenzione.
- Hector, cos’è quella?
- E’ Wolfbeil. L’ascia che mio padre aveva sempre con sé, la amava alla stregua mia e di mio fratello, - rispose l’altro, distrattamente, - Non è bellissima?
- Sì, ma… Fa anche paura, - mormorò Eliwood, - E’ questo il tuo segreto?
Hector annuì, spostando finalmente lo sguardo dall’arma all’amico.
- Un giorno la impugnerò anch’io, e la brandirò in battaglia come lui. Un giorno sarò abbastanza forte da sollevarla e da usarla… E quando succederà io non soffrirò mai più. Ma su, i veri uomini non devono lasciarsi andare alle emozioni, - disse alla fine, ed Eliwood annuì a sua volta.
- Noi dobbiamo diventare dei veri uomini. Diventeremo fortissimi, vero?
- Sì, così più niente potrà farci male.
Dopo due anni, le cose ad Ositia andavano più o meno in questa maniera.
Eliwood ed Hector erano inseparabili: passavano insieme ogni secondo libero, ogni momento di studio, ogni attimo di lotta, tanto che i loro compagni cominciarono ad invidiare quella sintonia e a chiacchierare malevolmente alle loro spalle. I commenti acidi avevano origine soprattutto da Erik, rampollo della casata di Lahus, che Hector non riusciva proprio a soffrire.
Non che non avesse le sue buone ragioni, ovvio: Erik, malgrado tutti sapessero che non sopportava quei due “nobiletti da quattro soldi”, come li chiamava lui, tentava di ingraziarseli in mille modi, soprattutto Eliwood. Quest’ultimo, vista la sua indole troppo gentile, non se la sentì mai di giudicarlo male per i suoi atti, e riuscì sempre a perdonarlo, cosa che Hector nemmeno provava a fare.
- Quella vipera! Quel lurido serpente a sonagli! Quello schifoso VERME! – urlava, ogni volta che rimaneva solo con l’amico, - Fa il lecchino con noi solo perché tu sei di Pherae ed io sono il fratello del marchese, ma ti rendi conto? Così sfacciatamente, poi!
Eliwood rispondeva con un sorriso di condiscendenza.
- Magari vuole essere sinceramente nostro amico…
- Sì, ed io sono una viverna! Ma per piacere! Ma lo sai che cosa va a dire in giro di noi, quel mentecatto? Che…
Poi si tratteneva sempre e si tappava la bocca. In fondo, Eliwood aveva due anni in meno di lui, ed al suo confronto era un bambino per molti punti di vista.
- Che cosa?
- Niente, niente, stupidaggini…
Queste scaramucce a parte, la loro vita era serena: con i loro compagni andava alla grande - anche se, quando si trattava di tenere in mano le armi, nessuno voleva fronteggiare Hector, specialmente se gli concedevano di provare una delle sue adorate asce, - gli insegnanti erano severi ma tenevano delle lezioni estremamente interessanti. L’unico disastro era, per Hector, la matematica: con lui non c’era operazione, dall’addizione alle equazioni di secondo grado, che tenesse; siccome aveva poca pazienza, Eliwood lo trovava per la maggior parte delle volte a mangiarsi letteralmente le mani dalla rabbia, quando non urlava in preda allo sconforto per un problema irrisolvibile. Andava sempre a finire che era lui a svolgergli i compiti mentre l’altro gli giurava eterna gratitudine.
Qualche volta Eliwood riceveva la visita inaspettata di suo padre: ogni incontro si trasformava in festa grande da parte del ragazzo, che riusciva sempre a convincere il genitore a rimanere un giorno di più del previsto.
Lord Elbert, da parte sua, era orgoglioso di vedere come stava crescendo suo figlio e della sua profonda amicizia con Hector: spesso confidava a lord Ather, ridendo, che se mai avesse chiesto ad Eliwood di scegliere fra lui ed il migliore amico, sarebbe stata una lotta davvero ardua. Lord Ather sorrideva con condiscendenza al commento, ma in realtà quella frase apparentemente semplice rimase sempre dentro di lui.
Malgrado fossero passati due anni, Eliwood dedicava ogni sera un abbraccio ed una carezza al suo Kagoo; Hector, se trovava stupido o infantile questo rituale, non lo diede mai a vedere.
Qualche volta aspettavano che i loro compagni dormissero nella grossa, prima che uno dei due, a seconda della serata, raggiungesse l’altro e cominciassero a parlare sottovoce tra loro, nascosti dalle coperte. Si raccontavano le storie che imparavano dagli adulti, i miti che leggevano sui libri.
La loro preferita era quella dello Sterminio e delle Otto Leggende.
I libri di storia narravano che mille anni prima esisteva un mondo utopico, dove uomini e draghi vivevano in armonia, e la versatilità nelle arti degli uni si univa senza sforzo al sapere degli altri. Ma come succedeva sempre nelle storie troppo belle, anche quella realtà aveva finito per andare in frantumi, e gli umani avevano alzato le armi contro quelli che una volta erano i loro compagni.
Era cominciata così la guerra che era stata ribattezzata lo Sterminio. Nessuno dei due contendenti riusciva a prevalere sull’altro, e ciò comportava un vero e proprio massacro da entrambe le parti in lotta. Fu l’avvento di otto umani, le Otto Leggende, - Hanon, l’arciere cavallerizzo, Roland, il paladino, Elimine, la sacerdotessa di luce, Bramimond, il druido oscuro, Durban, il berseker, Barigan, il cavaliere pegaso, Hartmut, l’eroe e Athos, l’arcisaggio, - i quali brandivano armi forgiate apposta per combattere i draghi, che fece pendere l’ago della bilancia dalla parte degli uomini. I draghi, sconfitti ed umiliati, lasciarono per sempre la terra di Elibe. Le Otto Leggende si spartirono il dominio sul continente e fondarono un regno ciascuno, destinato poi a prosperare nei secoli successivi. La loro terra, Lycia, era stata fondata da Roland in persona, e si diceva che i regnanti delle città discendessero direttamente dalla sua stirpe.
- Cavolo, quanto vorrei essere come Durban il berseker, un giorno! – sospirava Hector, - Lui sì che era un vero guerriero. La forza spaventosa, gli attacchi micidiali… Lui sì che era forte.
- Magari un giorno saremo eroi anche noi, - rispondeva Eliwood con lo stesso tono sognante, - E le nostre imprese verranno cantate dai menestrelli e scritte negli stessi libri…
- Sarebbe fortissimo, vero? Noi due che salviamo Elibe dalla distruzione e che veniamo acclamati come salvatori!
- Hai ragione…
Ogni volta sognavano alla stessa maniera, e rimanevano persi nelle loro fantasie di gloria comune finchè il sonno non i costringeva ad addormentarsi.
Un giorno d’estate accadde ciò che entrambi aspettavano, in cuor loro, da anni.
Era consuetudine che i nobili adulti si riunissero nel salone del castello e rinsaldassero fra loro le alleanze che univano le città di cui erano a capo. Quel giorno era famoso come “il giorno del Giuramento”.
Mentre i genitori, chiusi nella sala del trono di Ositia, riproponevano i loro patti di fedeltà alla Lega ed al marchese della città, i figli venivano raccolti in una delle stanze vicine, e lì messi ad aspettare pazientemente che il rituale finisse.
Malgrado in quel piccolo frangente fosse loro ordinato di comportarsi secondo i dettami nobiliari, i bambini aspettavano tale giorno con ansia, non solo perché era data loro la possibilità di rivedere i genitori, ma perché era loro concessa la massima libertà, una volta finita la cerimonia.
Fu dura per Eliwood, quel giorno, riuscire a tirare fuori Hector dal suo letto, dove si era rintanato urlando “No! Io voglio rimanere qui e qui ci rimango! Non mi potete costringere ad uscire da qui!”
- Hector, tutti gli altri sono già andati… - tentò Eliwood, tirando un lembo della coperta.
- E chi se ne frega!
- Sarai l’unico a non venire…
- E chi se ne frega!
- Farai dispiacere tuo fratello…
- E chi se ne frega!
- Ti stai comportando come un bambino!
- E chi se ne frega!
- Se non vieni, giuro che rimango qui!
- Bene! Così saremo in due a protestare contro questa stupidaggine colossale!
- E non ti rivolgerò più la parola per il resto della mia vita! – gridò alla fine il giovane, esasperato.
Le parole magiche: l’espressione imbronciata di Hector riemerse da sotto le coperte.
- Non oseresti mai.
- Ah no?
- No, non ci credo.
- Bene. Queste, Hector, saranno le mie ultime parole, - proclamò solennemente Eliwood, sedendosi sul suo letto e volgendo la schiena all’amico.
Dopo cinque minuti, Hector fece sentire la sua voce.
- Ellie?
L’altro resistette, testardamente.
- Ellie, guarda che dicevo per dire, prima…
Altro silenzio.
- Se esco da qui e ti accompagno alla cerimonia, mi parli ancora?
Niente.
- Sul serio, vengo con te…
Eliwood continuò a guardare il muro a labbra serrate e braccia conserte.
- Eliwood, ti prometto che vengo, mi vesto pure da nobile, tutto quello che vuoi, ma per favore dì qualcosa!
Quando Hector non storpiava il suo nome, voleva dire che era davvero disperato o molto serio. Il ragazzo si girò e fissò corrucciato l’amico, che nel frattempo era uscito dal suo nascondiglio con tutti i capelli arruffati e lo sguardo supplicante.
Si sforzò di non scoppiargli a ridere in faccia.
- Sbrigati dai, che sennò siamo gli ultimi! – rise alla fine Eliwood, buttandogli addosso il proprio cuscino.
Dopo che Hector ebbe capito come andava messo esattamente il mantello, si azzardarono ad uscire.
La cerimonia degli adulti era già cominciata, come testimoniavano le porte sbarrate e le guardie poste a loro presidio. Oswin, uno dei generali più fidati di lord Ather e, stando a sentire Hector, il soldato più rompiscatole che gli fosse mai stato alle calcagna, era a guardia della stanza dove erano riuniti i bambini.
- Lord Hector! Lord Eliwood! Dove eravate finiti? – chiese preoccupato l’uomo, - Avevo già mandato qualcuno a cercarvi!
Eliwood, mosso a compassione da tanta preoccupazione, tentò di scusarsi per il disturbo, ma l’intervento di Hector fu più veloce.
- Ehi, vecchio, che t’importa di dove siamo andati? Adesso siamo qui o no? Quindi non fare tante storie e lasciaci entrare, Oswin!
Ed alzò sfacciatamente il mento, come a voler fronteggiare lo sguardo di rimprovero del povero Oswin.
Lord Ather, quando suo fratello minore faceva certe uscite, gli mollava certi ceffoni che non avevano altro effetto che far impuntare Hector ancora di più sulle sue posizioni. In quei momenti, le loro urla si sentivano fino a Pheare.
Ma siccome il povero Oswin non godeva della stessa posizione sociale, gli toccava farsi da parte ed ubbidire, come fece anche quella volta.
Fu con sommo orrore che Hector che si accorse che solo due posti erano stati lasciati vuoti per loro due; oltre al fatto che erano separati, si aggiunse il fatto che una delle seggiole era vicina ad Erik.
Eliwood ne ebbe quasi paura, vedendo lo sguardo schifato del compagno, e fece per prendere lui quel posto: Hector, in un ultimo moto d’orgoglio, gli fece cenno di farsi da parte ed andò ad occuparlo, camminando sdegnosamente e lanciando all’odiato nemico un’occhiata piena di disprezzo, prima di sedersi.
Eliwood non sapeva se ridere o dispiacersi per lui. Beh, forse avrebbero anche potuto fare amicizia in quella maniera, perché no?
Dopo dieci minuti si accorse di essersi sbagliato, visto che il suo migliore amico pareva sull’orlo della sopportazione e l’altro aveva tutta l’aria del gatto che sta architettando uno stratagemma per mangiarsi un uccellino particolarmente desiderato.
Il ragazzo ebbe l’impulso di alzarsi, andare dai due e dire “Pace, siamo tutti qui, che senso ha litigare?” quando la reazione di Erik lo sorprese.
Il compagno di studi si era alzato ed aveva battuto con forza la mano sul tavolo rotondo, attorno al quale erano disposte tutte le loro sedie.
- Siamo degli stupidi! I nostri genitori sono a fare giuramenti infrangibili mentre noi stiamo qui a parlare del più e del meno! Dovremmo vergognarci!
In mezzo al silenzio innaturale che era calato in sala, si sentì distintamente la voce di Hector che diceva: “E’ impazzito del tutto”
Erik diede segno di non averlo sentito.
- Anche noi saremo come loro, un giorno! Rendiamocene conto, e facciamo anche noi un giuramento che non venga infranto da nessuna avversità! Il patto degli antichi eroi!
- Nessuna avversità? Quanto scommettiamo che alla prima difficoltà il nostro Erik sarà il primo a darsela a gambe?
Il commento di Hector fece nascere alcune risatine sparse, e da parte sua Erik arrossì di rabbia, senza poter ribattere. Continuò la sua filippica con ancora più fervore.
- Ci hanno insegnato che non dobbiamo avere paura di nulla, e che dobbiamo rimanere uniti per il bene di tutta Lycia! Ebbene, qual è il vostro giuramento? Questo è il mio!
Tirò fuori teatralmente uno stiletto, di quelli che usavano per le esercitazioni di combattimento minori, e con quello si incise il palmo con un gesto fulmineo.
Tutti conoscevano quel patto che, come aveva detto Erik, era quello che gli antichi eroi utilizzavano per la loro più grande promessa: i guerrieri si incidevano il palmo ed andavano a stringere la mano a coloro che avrebbero voluto proteggere e che, da quel momento in poi, avrebbero considerato alla stregua di fratelli.
Neanche i più grandi spergiuri avrebbero potuto infrangere un giuramento di sangue, perché legava per la vita: chi si stringeva la mano, finchè gli rimaneva vita in corpo, avrebbe aiutato il fratello in difficoltà, qualunque cosa fosse successa.
Hector si alzò, ridendo.
- E bravo Erik! Per una volta un’idea buona l’hai avuta…
Gli si avvicinò e gli tolse l’arma di mano, prima di togliersi uno dei guanti che aveva l’abitudine di portare e di conficcarsi in profondità la lama nel palmo.
- Non aspettare che ti stringa il palmo, bello mio, e se poi hai qualche malattia grave? - disse poi ad un attonito Erik, sghignazzando di scherno, mentre altri giovani nobili si alzavano e seguivano il loro esempio, - Questo è un onore che spetta a qualcun altro.
Il ragazzo si voltò verso Eliwood, rimasto fino a quel momento immobile come una statua, fissandolo intensamente.
Eliwood capì tutto al volo.
Un sacco di cose che avrebbe voluto dire gli si accalcarono nella mente tutte in una volta, così come il desiderio di dirle.
Non gliene uscì una sola.
Invece si alzò dalla sua sedia con il braccio teso, affinché Hector gli consegnasse, con fare solenne, lo stiletto.
Non sentì male quando la punta dell’arma gli incise la pelle, solo una strana euforia.
Hector era in attesa, lì.
Non sentiva nemmeno più le parole degli altri, era come se in quella stanza fossero rimasti solo lui ed il migliore amico.
Sorrisero entrambi quando i loro palmi si unirono in una stretta forte, da veri compagni, da fratelli.
- Fino alla morte, Eliwood? – chiese Hector in un mormorio, guardandolo.
- Ed anche oltre, Hector.
Ed anche oltre amico mio, fratello mio.