Walking in the air
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Capitolo 2
Sacae
- Allora, caro il mio signor “Non-preoccupatevi-penso-a-tutto-io”, qual è la prossima mossa?
- Hector, non serve che tu mi schernisca. Invece di lamentarti, potevi rimanere ad Ositia oppure a Bulgar.
- Certo, e ti lasciavo in balia degli eventi così, come un cretino… Sei fortunato ad essermi abbastanza lontano, Ellie, altrimenti un’asciata in testa non te la risparmiava nessuno! Chissà, magari con un buon colpo smetti di dire scemenze…
- Sei di buon umore.
- Capirai, che buon umore… Stamattina, quando mi sono alzato, non vedevo l’ora di ficcarmi dentro una foresta piena di nebbia ed impiegare Wolfbeil per tagliare i rami degli alberi! Chi è stato l’idiota a dire che Sacae era “una vastissima distesa di pianure e dolci colline”?
- Smettila di alzare la voce, ti prego… E comunque, Hector, siamo vicino ai monti di Biran, mi pare più che giustificata la presenza di una foresta.
- Vorresti dirmi che ci siamo beccati l’unica foresta di tutta questa stramaledetta terra? Bella fortuna, davvero!
Eliwood si limitò a scrollare le spalle, lasciando che l’amico sfogasse il resto del suo ottimo umore sugli arbusti che intralciavano loro il cammino. Il bosco era effettivamente così intricato che erano dovuti scendere da cavallo e portare le bestie per la cavezza. Secondo la stima approssimativa della mappa che si era portato dietro, sarebbero dovuti giungere all’estremità della foresta in meno di tre ore… Peccato che avessero perso la cognizione del tempo non appena era calata la nebbia. Sarebbero stati costretti a fermarsi lì per la notte, se non fossero arrivati ad una soluzione per uscire da quel pasticcio.
Eliwood si girò, frugando con gli occhi nella nebbia nella speranza di vedere le sagome dei compagni.
- Marcus? Lowen? Oswin?
- Siamo tutti qui, signore, - rispose il paladino, uscendo dalla foschia a pochi metri da lui, lancia in mano e briglie del cavallo nel palmo libero.
- Kent e Sain dove sono?
Qualche secondo dopo la sua domanda, il cavaliere di Caelin dall’armatura scarlatta li raggiunse senza il suo compagno.
- Eccomi, milord. Per quanto riguarda Sain... - e qui Kent scrollò le spalle, - Temo che stia infastidendo la signorina Rebecca come suo solito. Vi prego di perdonarlo, è più forte di lui.
Eliwood scoppiò a ridere di fronte all’espressione rassegnata del cavaliere. Anche Marcus, di solito impassibile, accennò ad un sorriso di compatimento.
- Non preoccuparti, corteggiare le ragazze non è ancora un crimine in questa terra! Comunque, volevo essere io a scusarmi per l’accaduto. Vi avevo promesso un aiuto consistente nella vostra ricerca, eppure ora siamo dispersi nella nebbia in un territorio a me sconosciuto.
- Vi prego, lord Eliwood, non scusatevi. Io ed il mio amico non avremmo saputo che fare dopo essere arrivati a Bulgar... Vi siamo grati per tutto l’aiuto che ci state dando, e sono sicuro che anche il nostro signore vi è infinitamente riconoscente.
- Spero solo che la vostra ricerca dia i suoi frutti prima del previsto, - ribattè Marcus, inserendosi nella conversazione, - Non è un buon segno che un intero clan di Sacae sia letteralmente scomparso nel nulla... ...A Bulgar nessuno ha saputo dirci nulla dei Lorca.
- Eppure ci hanno detto che il loro accampamento sorgeva vicino alle pendici di queste montagne, - considerò Kent, pensieroso, - Quindi non dovremmo essere troppo lontani dalla nostra meta.
- Lo spero per te, Kent. Dopo tutte le vostre fatiche, sarebbe un peccato tornare a mani vuote da lord Hausen.
Kent stava per ribattere quando la voce di Hector riecheggiò dentro la nebbia.
- Eliwood, vieni un po’ a vedere!
- Marcus, aspetta gli altri. Io e Kent torniamo subito, - ordinò il giovane lord, facendo segno al cavaliere di seguirlo. Hector non era più lontano da loro di cinque metri, ma dovettero comunque procedere con cautela per non rischiare di perdere la sua sagoma in mezzo alla foschia.
L’amico gli indicò con l’ascia un punto poco distante da lui, un’ombra prona sul terreno. Avvicinandosi, Eliwood vide che si trattava di uno scheletro abbandonato lì da chissà quanto tempo, visto che rispendeva solo il bianco delle ossa e non c’erano più tracce di decomposizione. La corazza era arrugginita e praticamente a pezzi, ma in rilievo vi era ancora riconoscibile lo stemma della casata di appartenenza.
- Biran, - rispose Hector di fronte alla loro mancanza di parole, - Ed è stata questa ad ucciderlo. Ce l’aveva conficcata nell’orbita dell’occhio.
Porse ad Eliwood quella che sembrava una freccia di fattura rudimentale, quasi completamente marcita. I due si guardarono in silenzio, mentre Kent scuoteva sconvolto la testa.
- Torniamocene indietro, Eliwood. I sacaeni potrebbero riservarci la stessa sorte di questo soldato, se...
- No! L’ho promesso, - negò lui energicamente.
- Hai promesso di rimetterci la pelle, razza di idiota? Io posso combattere per proteggerti, ma questa nebbia mi impedisce di vedere ad un metro da me! Come pensi di confrontarti con dei gitani che conoscono questo territorio alla perfezione?
- Lord Hector ha ragione, - intervenne Kent, fissandoli con un dolore profondo negli occhi, - Questa spedizione si è rivelata più improvvisata del previsto, e non voglio coinvolgere anche voi in questo fallimento. Io e Sain torneremo a Bulgar e cercheremo nuove notizie. Troveremo il modo di incontrare lady Madelyn, ve l’assicuro.
- Kent… - cominciò Eliwood, ma Hector gli fece cenno di stare zitto. Rimase un paio di secondi a fissare la nebbia davanti a sé, come rapito, e poi si scansò fulmineamente. Un dardo uscì dal nulla ed andò a conficcarsi in un tronco d’albero vicino, dove rimase a vibrare. Eliwood non fece in tempo a sorprendersi che Hector l’aveva già agguantato per un braccio e si era messo a correre nella foschia.
- Maledizione! Che idiota sono stato, dovevo saperlo che ci seguivano fin dall’inizio! E con tutta la confusione che abbiamo fatto, credendo di essere gli unici… Che imbecille!
Eliwood non si preoccupò di correggere la persona del verbo, mutandola in seconda singolare, visto che aveva appena fiato per mantenere il passo con il migliore amico.
Per fortuna bastò a guidarli il clangore di una mischia poco distante; quando si riunirono alla loro scorta il giovane si sforzò di distinguere quelle sagome evanescenti nella nebbia che li stavano attaccando. Gli bastò vedere Lowen che affrontava un avversario per capire che i sacaeni non colpivano per uccidere, ma semplicemente per farli arretrare e farli battere in ritirata. Quando lo capì, Hector non era più al suo fianco. Mise la mano alla spada, mentre si gettava in avanti cercando il compagno perduto.
- Fermi! – esclamò una voce solitaria nella nebbia, ed i guerrieri gitani sembrarono perdere immediatamente interesse per la battaglia, indietreggiando e sfilando archi e frecce dalle proprie faretre, prima di dirigerli contro di loro senza però attaccarli. Pochi secondi più tardi, azzardandosi a fare qualche passo incerto in avanti, anche Eliwood capì da chi era venuto quell’ordine.
Una sagoma completamente avvolta in abiti verde scuro che lasciava scoperta soltanto la zona degli occhi, una divisa da battaglia uguale a quella degli altri sacaeni, era a poca distanza da lui, e puntava contro Hector il proprio arco. Il suo amico era riuscito a bloccare, utilizzando entrambe le braccia, uno dei guerrieri avversari e sembrava sul punto di rompergli il collo. Dalla sua espressione, era indubbio che l’avrebbe fatto sicuramente, come era certo che il secondo gitano l’avrebbe trafitto a sua volta.
- Lascia andare il mio compagno, - disse la sagoma, con la voce contraffatta dalla stoffa che gli proteggeva il viso.
- Prima prometti di lasciare andare noi, poi lo libero, - ribatté Hectoir, tranquillamente.
- La mia parola è sacra, ma non posso dire lo stesso di quella dei lyciani. Liberalo, e poi vi lascerò uscire da qui indenni.
- Fra due secondi gli spezzerò l’osso del collo. Ti pare il momento di contrattare per la sua vita?
- Lascialo, o ti trafiggo un occhio.
Eliwood guardò prima uno e poi l’altro. Il gitano catturato respirava a fatica e tentava di divincolarsi, ma la stretta di Hector era troppo salda. Ancora poco e l’avrebbe ucciso.
- Hector, lascialo andare… Per favore.
L’amico non lo guardò neppure. Aprì semplicemente le braccia ed indietreggiò, lasciando il prigioniero mezzo soffocato e stupito. Immediatamente il secondo sacaeno abbassò l’arco e corse dal suo compagno appena liberato, prendendogli gli avambracci ed assicurandosi che non fosse ferito. Nei suoi gesti si leggeva una preoccupazione sincera.
- Uscite immediatamente da questa foresta, - disse il guerriero, dopo aver controllato ciò che doveva, - E non fatevi rivedere mai più in questa terra, o verrete uccisi senza pensarci due volte. Vi abbiamo risparmiato solo perché sembrate non avere cattive intenzioni, ma fate un solo gesto sospetto, - qui guardò Hector con un’occhiata infuocata, - e morirete. Andate, ora.
- Aspettate, per favore, - cominciò Eliwood, sentendo i propri compagni avvicinarsi a loro e riprendendo un po’ di coraggio, - Ci siamo recati in questa foresta perché a Bulgar abbiamo incontrato due cavalieri che hanno urgenza di parlare con Madelyn, del clan dei Lorca. Potete dirci dove possiamo trovarla?
Dagli alberi, dove sostavano i guerrieri sacaeni, si alzò un mormorio sommesso in una lingua a lui sconosciuta. Il gitano alzò una mano e ci fu il silenzio. Doveva avere davvero molto potere, fra i suoi compagni.
- Chi la sta cercando?
- Noi due, amico! – esclamò Sain, dirigendosi verso di lui seguito a ruota di Kent, - Siamo Sain e Kent, cavalieri al servizio della corte di Caelin. Siamo stati mandati dal nostro signore, lord Hausen, per conferire con lady Madelyn, figlia che lui rinnegò anni fa per essere fuggita con un capoclan gitano.
- Da anni riceviamo lettere da lei, che non ha mai smesso di cercare il perdono del padre, - intervenne il secondo cavaliere, - Eppure da pochi mesi le sue missive non arrivano più. Il nostro marchese ci ha mandato qui ad indagare, e noi abbiamo ci siamo messi a cercare il clan dei Lorca, di cui lady Madelyn faceva parte. Eppure nessuno ha saputo dirci nulla riguardo a questo clan, perché sembra anch’esso scomparso. Vi supplico, il nostro desiderio è solo quello di parlare con lei, poi faremo come volete. Ma lasciate andare lord Hector e lord Eliwood, che sono stati così gentili da aiutarci nella nostra ricerca senza voler nulla in cambio. Ve ne prego.
- Che anime nobili, - ribattè sarcastico il guerriero, ma la sua voce si era incrinata rispetto a poco prima. Dovettero aspettare qualche secondo perché giungesse la risposta.
- Il clan dei Lorca non esiste più. E’ stato annientato completamente dai banditi dei monti Taliver, in una sola notte, pochi mesi fa.
La notizia riempì di sgomento i due cavalieri di Caelin, che si guardarono in faccia disperati. Kent si coprì il viso per qualche attimo, affranto, mentre Sain abbassò a terra gli occhi.
- E nessuno è sopravvissuto? – chiese Eliwood, anche lui con un senso di pesantezza al cuore, - Tutti sono stati uccisi dai banditi?
Il gitano incrociò il suo sguardo, come a ponderare la questione, poi scosse la testa.
- No, tutti no, - mormorò. I messaggeri di Caelin tornarono a fissarlo con nuova speranza.
- Non tutti, - ripeté il guerriero, - Ci sono ancora io.
Si scostò i lembi di stoffa dal viso e rivelò agli astanti ancora scossi un viso dolce di ragazza dai grandi occhi verdi e tristi. Kent sembrò sul punto di cadere in ginocchio, come se le forze l’avessero abbandonato di colpo, e solo il tempestivo intervento di Sain riuscì a mantenerlo in piedi.
- Lyndis, - sussurrò il cavaliere, incredulo, - Siete la figlia di Madelyn, Lyndis, non è così?
- Lyndis? Sì, il nome con cui mi chiamavano i miei genitori era questo, - asserì la ragazza, liberando le ultime ciocche verdi dei capelli dalle bende, - Per la gente della pianura, io sono Lyn. Mia madre si chiamava Madelyn e mio padre era Hassar, capo del clan dei Lorca. Sono l’unica ad essere sopravvissuta a quella notte d’orrore, ad un prezzo altrettanto terribile…
Scosse la testa, come per liberarsi da quel ricordo, e quando tornò a fissarli il suo sguardo era di nuovo fermo. Doveva avere una tempra d’acciaio, quella ragazza. Non si poteva non ammirarla. Eliwood, senza un motivo ben preciso, si mise a studiare con la coda dell’occhio i volti dei suoi compagni. I più giovani, come Rebecca e Lowen, parevano a disagio, mentre Marcus ed Oswin ostentavano il viso di chi aveva sentito le stesse vicende moltissime volte nella sua vita. E Matthew…
Trattenne un sussulto. Matthew: dov’era Matthew? Non si era accorto che fosse sparito così d’improvviso, e nemmeno i sacaeni sembravano averlo notato. Chissà dov’era?
Vide Hector incrociare le braccia sul petto e lanciare un’occhiata prima a lui e poi alla foresta immersa nella nebbia. Anche lui aveva notato l’assenza della spia ositiana, ed era fermamente deciso a non farlo notare al gruppo di gitani.
Eliwood rimase sorpreso nel notare che l’amico si stava mordendo il labbro inferiore, dimostrando così di essere estremamente combattuto; quando ne seguì lo sguardo e vide l’oggetto di quella battaglia interiore, fece fatica a trattenere un sorriso, malgrado tutto. Se da una parte Hector era ammirato dalla determinazione di quella ragazza gitana, Lyndis, dall’altra il suo orgoglio non si perdonava di essere stato messo, seppur per qualche secondo, sotto scacco da una donna che nemmeno gli arrivava a metà petto.
- Milady, - disse Kent, ritrovando finalmente la calma, rivolgendosi alla ragazza, - Se le cose stanno così, potreste seguirci a Caelin, da vostro nonno?
- Non sono una lady, - rispose subito lei, anche se il cavaliere aveva aperto la bocca per aggiungere qualcos’altro, - E non ho la benché minima intenzione di seguivi a Lycia. Tornatevene da dove siete venuti.
Fu Sain ad intervenire per primo, superato lo sbigottimento iniziale che seguì a quella risposta che poco lasciava all’indecisione.
- Ma perché? Vostro nonno ci ha mandato qui perché era preoccupato per voi e voleva vedervi!
- Sbagli a pensare così! – replicò Lyndis, alzando notevolmente il tono della voce, - Per anni mia madre ha supplicato il perdono di mio nonno, come avete detto voi, ma lui le ha mai concesso quella sola cosa che l’avrebbe resa totalmente felice? Ad ogni risposta negativa, mia madre si struggeva per il dolore, e se solo aveste visto la sua faccia avreste potuto credere che una lama la stesse straziando! Che avrebbe dovuto fare? Abbandonare mio padre e me, tornare in ginocchio piangendo da quel suo padre troppo insensibile per capire il suo tormento e ricominciare a vivere come una nobile, sentendosi definire per tutta la vita una sgualdrina? Solo perché aveva scelto di fuggire con l’uomo che amava e per essersi ribellata a quelle convenzioni che la imprigionavano? Ditemi, dov’era mio nonno quando i Taliver hanno massacrato la mia gente? Al suo castello, a sbrigare delle facezie mentre quella figlia che tanto lo aveva amato esalava l’ultimo respiro? Ed adesso, perché ha scelto di tornare sui suoi passi? Si è fatto prendere dai sensi di colpa troppo tardi, il mio caro nonno. E non voglio avere nulla a che fare con un uomo che non perdona alla figlia di aver voluto scegliere da sola la propria vita. Non sono buona come mia madre, per sua sfortuna. E non intendo buttare via tutta la sofferenza provata dai miei genitori in questi anni per una semplice lacrima.
Calò un silenzio di tomba sui presenti. Eliwood sentiva provare pietà per quella ragazza, perché le sue parole erano sincere, e forse anche lui avrebbe detto le stesse cose, al posto suo; però ne percepiva anche la tristezza immensa, forse perché una parte di lei desiderava conoscere l’unico membro della sua famiglia rimastole.
- Siamo tutti umani, ragazza gitana.
Il giovane sussultò violentemente e si voltò sbigottito verso Hector, così come il resto della compagnia. L’amico continuò tranquillamente a parlare, come se non percepisse tutte quelle occhiate stranite su di sé.
- Da ciò che ci hai detto, penso che tu faccia bene a provare quel risentimento che provi ora. Niente da dire. Eppure, proprio per quel sentimento, io tenterei di seguire il consiglio di quei due cavalieri che si sono fatti tutta questa strada per venire qui. Non credo che lord Hausen, tuo nonno, creda davvero di ottenere il tuo perdono… Penso che lui voglia semplicemente vedere la famiglia che tua madre si è costruita qui, e magari pentirsi per tutto quel tempo che non ha voluto condividere con voi.
- Solo un tentativo, milady, - aggiunse Kent, in tono quasi supplichevole, - Voi siete tutto ciò che rimane della famiglia del nostro marchese. Se lui potesse anche solo guardarvi, sono certo che lo rendereste felice. Il vostro viso è identico a quello di vostra madre.
- La conoscevi?
- Non ho avuto questa fortuna, milady, però vostro nonno tiene nelle sue stanze personali un ritratto di vostra madre. Ho avuto l’occasione di vederla solo in quel frangente. Ma vi chiedo, per quel rimorso che spinse il nostro marchese a tenere un quadro della figlia in modo da poterlo sempre guardare... Venite con noi.
La ragazza scosse la testa ed abbassò lo sguardo verso il proprio arco. La sua indecisione era palpabile, malgrado quell’ultimo gesto di rifiuto. Il gitano che Hector aveva trattenuto, rimasto fino a quel momento in silenzio a massaggiarsi il collo, si fece avanti e strinse la spalla di lei in un gesto di conforto.
- Lyn, - disse, - Per le nostre leggi non possiamo lasciarli andare, dopo che ti hanno visto in viso e riconosciuto. Dovremmo portarli da mio padre, al villaggio, e chiedere a lui cosa fare. Fino ad quel momento, potrai pensare meglio a ciò che i lyciani ti hanno detto ora, e decidere.
Lyndis fece per aprire bocca, ma all’ultimo istante decise di non proferire parola. Appoggiò la mano su quella di lui e tentò un debole sorriso di ringraziamento. Eliwood si sentì un intruso di fronte a quella intimità, e l’imbarazzo gli colorò leggermente le guance.
- Uhai ha ragione, - disse lei, tornando a guardarli, - Per il momento non vi possiamo lasciare liberi. Vi porteremo al villaggio, e lì rimarrete finché il capoclan non avrà preso una decisione nei vostri riguardi. Dovremmo bendarvi, per portarvi fuori di qui.
- Cosa? – esplose Hector, incredulo. Eliwood gli sferrò un colpo contro il braccio, dicendogli chiaro e tondo di non sfidare troppo la fortuna che li aveva assistiti fino a quel momento. Kent fu il primo a dirigersi verso la ragazza ed ad abbassare il capo in segno di deferenza, seguito subito dal compagno.
- Fate ciò che dovete, milady.
Lei lo guardò fisso negli occhi, studiandolo attentamente.
- Qual è il tuo nome, cavaliere di Lycia?
- Kent, milady, Kent del reame di Caelin.
- Ed io sono Sain, mia bellissima signora! – intervenne l’altro, prima che qualcuno potesse fermarlo, - E se gli dèi lo vorranno, sarei molto lieto di servire una dama di tale bellezza!
Fu la prima volta che si vide Lyndis sorridere davvero, chiaramente divertita da quell’impertinenza quasi bonaria. Se fino a quel momento l’aveva trovata solamente graziosa, Eliwood cambiò idea non appena vide quel sorriso. Era davvero bella.
- Sono d’accordo, - disse Hector facendogli l’occhiolino, come se avesse letto nella sua mente. Il ragazzo lo guardò stupefatto, non per il fatto che l’amico avesse indovinato ciò che gli passava per la testa, - lui era una di quelle persone che mostravano palesemente in viso i loro pensieri, - ma per il fatto che approvasse. Scosse il capo, lasciando cadere per il momento il discorso.
Fece cenno a Marcus ed agli altri di permettere che i gitani facessero ciò che avevano pronosticato, e lui stesso appoggiò la propria spada sul terreno, subito seguito dai compagni. Solo Hector si rifiutò decisamente.
- Non potete sollevare Wolfbeil, - replicò duramente ai sacaeni, vedendoli avvicinarsi, - Non riuscireste a farlo. Solo io ne sono capace.
La risposta fu una risata sprezzante da parte dei sacaeni a lui più vicini.
- Per favore, lyciano, - aggiunse uno della compagnia, ed anche se aveva il viso coperto si poteva immaginare, molto realisticamente, un sorriso di scherno sulle sue labbra, - Ci prendi per stupidi? Pensi di essere il solo a saper sollevare un’ascia?
Gli occhi di Hector dardeggiarono per un momento, ma poi sembrò calmarsi. Sfilò Wolfbeil dalla guaina che aveva assicurata alla schiena, la prese per il manico e lo porse a chi gli aveva risposto.
- Visto che sei tanto sicuro di saperlo fare, vieni a prendertela.
Lasciò andare la presa sull’arma non appena l’altro gli si avvicinò abbastanza da prendergli l’ascia di mano. Dopo un secondo, si sentì uno schianto di ossa rotte ed il gitano cadde a terra, tenendosi il polso malamente piegato, lanciando un urlo di dolore. Hector si limitò a sorridere cinicamente e a dire: “Te l’avevo detto, no?”
- Che diavolo gli hai fatto? – gli chiese un secondo sacaeno, sguainando la propria arma dalla guaina.
- Io? Nulla. Ha fatto tutto da solo. L’avevo detto che solo io posso sollevare la mia ascia. Per voi sarebbe troppo pesante da portare.
Ovviamente esagerava, ma i gitani, dopo aver assistito alla scena, non si sentivano molto sicuri nel provocarlo ancora. In loro, evidentemente, la superstizione era forte quanto nel popolo lyciano. E di leggende su armi magiche che solo i loro padroni potevano impugnare ce n’erano fin troppe, in giro.
La situazione sembrò sbloccarsi solamente quando intervennero Lyndis ed Uhai, che nel frattempo avevano finito di dare le ultime direttive ai loro compagni. Mentre il gitano si occupava del compagno infortunato, la ragazza squadrò l’ascia che ancora riposava a terra, intoccata.
- Un’arma che solo tu puoi impugnare, eh? – chiese, sorridendogli beffarda, come a sottolineare che lei a certe cose non credeva, - Non voglio che altri uomini si ritrovino con le ossa rotte grazie a quest’arma da macellaio. Puoi tenerla, ma ti legheremo le mani per impedirti di usarla, oltre alla benda.
L’orgoglio di Hector, se fino a quel momento aveva sopportato di malanimo l’idea di essere un prigioniero, di fronte ad una tale umiliazione non resse più. Il giovane raccolse l’arma e fece per puntarla contro la sacaena, ma Uhai, che prima era riuscito a sorprendere, fu più veloce di lui. Senza una parola, gli sferrò un calcio dietro le ginocchia, facendolo crollare per terra. Prima che Hector riuscisse a rialzarsi, il gitano lo aveva preso per i capelli e gli aveva tirato indietro il collo, lasciandolo scoperto alla lama della sua spada.
- Un altro colpo di testa come questo, un’altra parola contro di lei e ti taglio la gola come ad un capretto, - disse tranquillamente, senza che dal suo sguardo trasparisse nulla. Hector guardò furente prima Uhai e poi Lyndis, che fissava la scena come se la cosa non la riguardasse.
- Può bastare, Uhai, - disse la ragazza quando vide il prigioniero abbassare gli occhi. Il compagno lasciò la presa e si ritirò. Hector si rialzò senza guardare nessuno, si assicurò l’arma alla schiena come faceva di solito e porse le mani, affinché gliele legassero. Se avesse potuto piangere, sicuramente si sarebbe messo a singhiozzare di rabbia e di impotenza. Eliwood si sentì davvero dispiaciuto per il migliore amico, ma nessuno dei due poteva cambiare la situazione. Lo guardò, cercando di trasmettergli tutta la sua solidarietà.
Fu Lyndis a sistemarli entrambi. Prima si occupò di Hector, assicurandogli strettamente i nodi di una corda attorno ai polsi dopo avergliela avvolta attorno più volte. Lo sguardo di lui era qualcosa di indecifrabile.
- Penso di avere un conto in sospeso con te, ragazza gitana, - disse, guardandola negli occhi prima che lo bendassero. Lei alzò le spalle, ma lui non potè vederla.
Eliwood la osservò avvicinarsi con la sua benda in mano, ma non le portò alcun rancore per quella precauzione. Forse era più debole di Hector, o forse solo meno orgoglioso.
- Mi dispiace per il mio amico, - le disse, - Non è abituato a piegarsi a qualcuno.
- Sappiamo come trattarla, la gente come lui, - rispose Lyndis. Poi il suo tono sembrò addolcirsi, mentre gli posava la benda sugli occhi e gliela legava sulla nuca.
- Ti ringrazio per averlo convinto, poco fa. Non amo spargere sangue in modo così inutile.
- Siamo in due, - ammise lui. La benda era scura come gli abiti di quei gitani, e nemmeno con il sole sarebbe riuscito a vedere in trasparenza in alcun modo. Erano davvero efficienti, i sacaeni. C’era solo da sperare che il trattamento futuro non fosse peggiore.
- Bene, - sentì dire Lyndis, lontana da lui, - Adesso possiamo andare. Torniamo al villaggio.